#Iorestoacasa e #Andràtuttobene sono stati gli hashtag simbolo degli ultimi mesi ma non per tutti la casa rappresenta un luogo sicuro. “Restare a casa” è l’unico rimedio contro il Coronavirus, ma non contro la violenza. L’isolamento, la convivenza forzata e l’instabilità economica in questo periodo di emergenza sanitaria rappresentano il nuovo alibi per il rischio di una maggiore esposizione alla violenza domestica e assistita. Così, le quattro confortevoli mura, per alcune famiglie si trasformano in vere e proprie sbarre di gabbie, dalle quali non è facile liberarsi per le vittime che in questo caso non sono solo le donne, ma anche i bambini. Figli che assistono impotenti e terrorizzati, testimoni diretti della violenza sulla propria madre, e che come afferma Save the Children, influisce in maniera determinante sulla crescita. Queste “Esperienze Sfavorevoli Infantili” (Felitti, 2000) destabilizzano l’integrità e la personalità di un bambino ancora in fase di maturazione e di stabilizzazione dei tratti, favorendo l’insorgenza di gravi conseguenze sullo sviluppo psicologico a breve e lungo termine.

Maggiormente in questo particolare periodo storico, diventa pesantissimo sopportare il carico di un estraniamento sociale e isolamento, accompagnati da un contesto familiare e ambientale inappropriato, violento e privo di supporto. “Viene trascurato l’impatto da un punto di vista emotivo, fisico, relazionale, affettivo e sociale di queste forme di violenza che a volte sono estremamente condizionanti e hanno esiti clinicamente importanti”. La profonda silenziosa sofferenza dei figli testimoni di violenze intrafamiliari, spesso invisibili agli occhi dei genitori, solitamente matura la percezione che il loro dolore non venga considerato, vivendo esperienze di svalutazione e di perdita di fiducia nella cura da parte dell’altro con effetti di depressione, bassa autostima, ansia, aggressività, scarsa gestione della rabbia, minori competenze sociali e relazionali, disturbi del sonno, propensione alla somatizzazioni, comportamenti regressivi, disturbi alimentari, uso di sostanze, problemi di apprendimento e disturbi da legame di attaccamento. “Se il vissuto traumatico del bambino-vittima non viene elaborato e rimane inespresso, l’impatto sulla psiche sarà ancora più devastante”.

Eppure il paradosso della quarantena è dato da un aumento di maltrattamento ma la diminuzione delle richieste d’aiuto. Le condizioni di forte riduzione dei contatti esterni e la condivisione prolungata degli spazi con il partner violento, accrescono le possibilità di controllo e limitazione della libertà della donna da parte del maltrattante costituendo un impedimento alla richiesta d’aiuto. Non tutti sanno, che in Italia, ogni tre giorni viene uccisa una donna, un figlio perde una madre e un partner è assassino, di conseguenza è semplice comprendere quanto sia elevato il numero di famiglie in cui viene esercitata violenza. Dal 2000 ad oggi i femminicidi sono stati 3230 (ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica) metà dei quali consumati nelle proprie abitazioni, quelle in cui oggi, le stesse donne e bambini sono intrappolati. E’ fondamentale, quindi, informare che la rete antiviolenza resta attiva al Numero Nazionale Antiviolenza Donna 1522, in grado di fornire supporto anche in questo periodo, garantendo consulenza, sostegno e protezione. Inoltre, i Centri Antiviolenza nazionali hanno preso immediate contromisure rimanendo disponibili h24 e 7 giorni su 7 con possibilità di accoglienza di persone in situazioni di emergenza senza lasciarle sole, ne tantomeno fuori casa. Il regolamento per il Covid19 non impedisce di aprire la porta per uscire dalla violenza.

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