Manfredi

Ecco la Lettera di Gaetano Manfredi sull’ipotesi di una sua candidatura a sindaco di Napoli.

 

Napoli è la mia forza e il mio dolore.
È la città dove mi sono formato, che ha ispirato la mia vita e reso l’uomo che sono. Tanta parte del mio
percorso professionale dipende da quanto Napoli mi ha donato: il carattere, la tenacia e il sentimento.
Questa città è la mia più grande fortuna, le sono grato. Perciò, ogni volta che ho assunto un ruolo di
responsabilità, ho sempre cercato di ricambiare, dedicando a lei testa, cuore e azioni, indirizzate
anzitutto ai giovani, ai nostri ragazzi. Ho cercato di dimostrare insieme a loro, e con il lavoro
quotidiano, che Napoli non è una periferia del Nord Italia bensì il potenziale centro del futuro europeo,
ben consapevole che nel mondo globalizzato le idee sono il bene più prezioso. Napoli è la capitale
mondiale della creatività, bisogna soltanto metterla a reddito.
È sui ragazzi, su quello che avrei potuto costruire per loro, che in questi giorni ho fissato il mio pensiero.
Mentre tante napoletane e napoletani, oltre che esponenti politici nazionali e locali, mi sollecitavano
a valutare la disponibilità a candidarmi a sindaco, il cuore fibrillava e la testa ragionava.
Lusingato e riconoscente, come è mia abitudine, mi sono messo a studiare. E ho scoperto il dolore.
Il Comune presenta una situazione economica e organizzativa drammatica. Le passività superano
abbondantemente i cinque miliardi di euro, tra debiti e crediti inesigibili. Le partecipate sono in piena
crisi e si prospettano difficoltà a erogare i servizi. La macchina amministrativa è povera di personale e
competenze indispensabili. La capacità di spesa corrente è azzerata. Siamo, di fatto, in dissesto. Un
dissesto che dovrà essere dichiarato o dal sindaco Luigi de Magistris entro qualche giorno o dal nuovo
sindaco a fine anno. Sarei felicissimo se venissi smentito su questi dati drammatici, ma temo che
saranno confermati. La conseguenza è che, in queste condizioni della città, il sindaco diventa un
commissario liquidatore.
I napoletani, legittimamente, hanno aspettative altissime. Ambiscono ad avere trasporti efficienti,
strade riparate e pulite, asili nido, centri per gli anziani, impianti sportivi, parchi pubblici e condizioni
di vita quotidiana adeguate ai migliori standard nazionali e internazionali. E questa è soltanto
l’ordinaria amministrazione. Ma chiedono anche altro, vogliono evolvere verso la trasformazione
digitale, il turismo sostenibile, l’economia circolare, i diritti di cittadinanza. Ambiscono a fare di Napoli,
seppur mantenendo tutte le sue formidabili tipicità, una città europea a pieno titolo come è stata
sempre nella sua storia.
A queste sollecitazioni ho risposto sempre con grande ponderazione, scambiata a volte per eccessiva
prudenza. Ma chi mi conosce sa bene che preferisco la concretezza alle parole vuote.
Il dissesto e i conseguenti vincoli di bilancio, in questa fase di grande sofferenza sociale a valle della
crisi pandemica, creerebbero ferite profonde e azzopperebbero immediatamente il desiderio di
ripartenza che tutti noi abbiamo. Alle aspettative si sostituirebbe la frustrazione. I più deboli
pagherebbero il prezzo più alto. Sarebbe una fase lontana dalla mia visione di società e dai miei valori.
Soltanto un intervento legislativo di riequilibrio – un immediato, incisivo e concreto “Patto per Napoli”
– può garantire alla città un futuro di sviluppo. Un Patto privo di artifici contabili, colmo di realtà,
basato su uno stralcio del debito con un commissario straordinario come fatto per Roma e un piano
straordinario di investimenti nazionali e regionali. Un Patto per un nuovo slancio della comunità
partenopea, coinvolta con le sue migliori risorse nell’amministrazione della città. Un Patto fra tutti
coloro che vogliono bene a Napoli: imprenditori, civici, rappresentanti delle associazioni e del mondo
del lavoro. Perché i soldi da soli non bastano, sono soltanto una precondizione: a Napoli servono anche
risorse umane di primo livello, decise a impegnarsi per la rinascita della città, a cominciare dalla giunta
comunale, che dovrà essere di altissimo profilo e con le mani libere. Altrimenti pensare che si
cancellano i problemi scegliendo il sindaco comporterà soltanto il continuo ripetersi di quello che già
viviamo.
Il campo largo delle forze progressiste che si è costituito a Napoli e ha animato il governo a cui ho
partecipato grazie alla scelta del Presidente Conte, ha tutte le energie per guidare, su queste basi, lo
sviluppo della città, anche con il sostegno della Regione Campania. Aggiungo però che la questione
non riguarda solo il campo progressista. Dovrebbe investire l’intero arco istituzionale, da chi deciderà
di candidarsi a sindaco per ogni parte politica al centrodestra, al Governo e al Parlamento. E dovrebbe
palesarsi prima delle elezioni amministrative, per le urgenze già ricordate e per sgombrare il campo
dall’equivoco che rappresenta un favore a questo o a quel sindaco. In ballo non ci sono tatticismi
politici, guerre di posizione e carriere personali, che francamente mi provocano anche una certa
inquietudine, a maggior ragione per le ulteriori difficoltà che rischiano di vivere Napoli e i napoletani
aggravate dagli effetti della pandemia. In ballo c’è il futuro della città.
In questo quadro rinnovato, confermo quanto ho sempre detto: ognuno deve fare la sua parte. Ma al
momento la mia disponibilità, in queste condizioni, sarebbe inutile perché non potrei fare quello che
credo si debba fare: rispondere concretamente alle aspettative dei napoletani.

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