Ci hanno dato l’ordine di uccidere tutti quelli che vediamo“. “Putin è pazzo, vuole prendere Kiev ma non possiamo farlo”. “Quando tornerò a casa lascerò il dannato esercito“. Solo solo alcune delle frasi intercettate dal New York Times e attribuite ai soldati russi impegnati nella guerra in Ucraina. Conversazioni presunte, è bene sottolinearlo, anche perché l’informazione della guerra, nonostante il prestigio della testata che le ha pubblicate, è sempre da prendere ‘con le molle’. C’è la propaganda di Mosca e quella dell’Occidente, in mezzo c’è l’orrore e la brutalità non solo di questa guerra ma di tutti i conflitti in generale (in Iraq e Afghanistan, solo per citare altri inferni, sono state raccontate esperienze simili).

In questa inchiesta pubblicata dal giornale statunitense, emergerebbe il malcontento, già manifestato più volte in questi sette mesi di guerra, di parte dell’esercito del Cremlino. Frasi, presumibilmente pronunciate dai soldati nelle conversazioni con i loro familiari in Russia, diffuse dal quotidiano statunitense e risalenti anche al periodo di marzo, a poche settimane dall’inizio della guerra. “La nostra offensiva si è fermata. Stiamo perdendo questa guerra“, “Abbiamo perso mezzo reggimento“, sono altre frasi intercettate e pubblicate dal New York Times (con nomi di fantasia dei soldati) che sottolineano la frustrazione e il pessimismo sull’andamento del conflitto che ad oggi ha generato migliaia e migliaia di morti, difficili da quantificare.

Sono numerose le telefonate che testimonierebbero l’orrore delle guerra. Testimonianze involontarie che confermerebbero anche gli orrori di Bucha oltre al forte risentimento contro il leader del Cremlino e i generali russi colpevoli di averli mandati a morire (“c’erano 400 soldati, ne sono sopravvissuti 38 perché i nostri comandanti li hanno mandati al massacro“), con pochi rifornimenti e viveri. “Ci sono cadaveri che giacciono lungo la strada. Ci sono solo civili a terra tutto intorno. E’ un disastro”, racconta alla sua compagna un soldato ribattezzato Nikita per proteggere la sua identità ed evitargli ripercussioni in patria.

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